09 febbraio 2006

Antony and the johnsons, delicatezza in musica

Ci si può commuovere e addirittura piangere a causa di Antony (e fin qui ci può stare) e del suo degno compare Boy George, ospite nella canzone che si inerpica in un refrain capace di spezzare il cuore. Chi si aspetta mai di commuoversi ascoltando la voce dell'ex-Culture Club? Questo disco è qualcosa di speciale. Antony il fragile, l'ambiguo. Antony indifeso e ferito. Antony che ha una voce che non ti lascia più, un falsetto che si insinua lentamente e che ti lacera. Non è una questione di genere, s'intende: è solo che Antony sa cos'è l'amore. Così come lo sanno il virile Leonard Cohen e il maschio Nick Cave.
Fragile, indifeso, ambiguo, e poi femmineo, equivoco, enigmatico, androgino... Tanti gli aggettivi scontati per descrivervi Antony, artista nativo d'Inghilterra ma trapiantato a New York. La sua musica pulsa di vita e di disperazione: un lied inconsolabile, un grido sommesso, una richiesta d'aiuto. Quanti sono i dischi che fanno questo effetto? Pochissimi, ne usciranno cinque in dieci anni. E per questo che ci ricorderemo di I Am A Bird Now: per la sua universalità, per una eleganza formale che fa innamorare al primo ascolto. E i tanti ospiti che coadiuvano Antony sembra si mettano in gioco e accantonino le loro peculiarità per assecondare il titolare dell'opera: Rufus Wainwright che sembra Nina Simone, Lou Reed che cita se stesso, Devendra che abbaia alla luna, lo stesso Boy George che tira fuori la voce dalle viscere... tutti contribuiscono a queste canzoni che sono nutrimento per le anime affamate e desiderose di ristoro. La ballata pianistica è il punto di partenza di questo breve viaggio del cuore (35 minuti), ma nel registro di Antony c'è molto altro: per esempio il soul bianco di Fistfull of Love (l'unica anticipazione dell' ep The Lake) che parte con Lou che ciancica quattro cazzate e prosegue tra i ricami vocali di Antony fino all'inarrivabile crescendo di fiati. Oppure la già citata You are my sister, punto focale dell'intero lavoro nonché una delle più belle canzoni che mi sia capitato di ascoltare nell'anno in corso. Ma, dicevamo, il nostro ha altre prerogative e i suoi riferimenti sono, se possibile, più classici di quelli fin qui menzionati, e lo splendido scatto di copertina (qualora qualcuno se lo stia chiedendo... no, non è Antony, trattasi di un lavoro di Peter Hujar) rappresenta appieno il mood del disco. Guardando la cover mi viene in mente la splendida Marlene, ma nella magnifica voce di Antony ci sono le inquietudini di altre grandissime lady del passato che mi vergogno perfino di citare tanto i paragoni potrebbero sembrare assurdi. Sobrio negli arrangiamenti, decadente nell'essenza, Antony partorisce un gioiello in musica, un oggetto alieno e affascinante, che supera l'omonimo predecessore (che in tutta onestà ho recuperato solo dopo aver scoperto I Am A Bird Now) e che dimostra una volta di più come la musica possa salvarti dopo averti portato fino all'orlo di un precipizio, perché le canzoni di cui parliamo hanno una forza taumaturgica che il pop contemporaneo ha smarrito ormai da tempo. Dopo tutte queste parole sembrerà chiaro, dunque, che io non posso fare più a meno di queste canzoni, che son quasi due mesi che mi accompagnano la notte come il giorno, che lo registro a destra e a mancina (e mi devo pure sentir dire cose tipo "...che è 'sta lagna?"), che ci ho messo un po' troppo per scriverne, che continuerò ad ascoltarlo ancora ed ancora. Insomma, non vi sfugga che stiamo parlando di uno dei dischi più belli dell'anno. Nel video di "You are my sister" ruotano delicate "sister" in un equilibrio armonico tutto da vedere.


Guarda il video di "You are my sister"

Guarda il live di kataweb con alcuni brani cantati da Antony
video live