news 4 marzo
LE DATE DI MASSIMO CONSOLI
Anselmo Caldelli 2 Marzo 1950
Il 2 marzo del 1950 nasceva Anselmo Cadelli. Di lui ho avuto occasione
di parlare e di scrivere parecchie volte, e non ci tornero’ sopra anche
oggi. Chi vuole saperne di piu’ puo’ andarsi a leggere la sua biografia
al sito: http://www.cybercore.com/consoli/cadelli.htm . Quello che mi
preme farvi sapere, invece, e’ di due episodi che lo riguardano, e che
hanno anche a che vedere con un personaggio che molti di voi
conosceranno senz’altro: Carlo Giovanardi. Si’, proprio lui: l’
onorevole cattolico sempre in prima fila nei dibattiti televisivi dove,
in varie occasioni, l’ho sentito dire (e ripetere, e insistere), che
non c’e’ bisogno di alcuna legalizzazione o riconoscimento delle unioni
di fatto tra le persone perche’ i loro diritti in quanto membri di una
coppia non vengono mai messi in discussione. “A nessuno e’ mai stato
vietato di visitare il proprio partner in ospedale. Portatemi una prova
che e’ accaduto da qualche parte... No? E allora ho ragione io, non e’
mai accaduto”. Bene, oggi ho ricevuto una email da Luna, della “Fabula
Film”, che mi ha chiesto se ero a conoscenza di episodi di
discriminazione contro coppie di fatto. Poi ne ho parlato con Saverio
Aversa. Infine, mi sono ricordato che oggi e’ il compleanno di Anselmo,
e la combinazione di questi tre eventi mi ha spinto ad intervenire per
raccontarvi due “storie”. Poi, fatemi sapere voi se questa e’
discriminazione, o no. La prima “storia” l’ho gia’ descritta su
“Affetti Speciali” (1999), alle pagg. 220-223. Ve la ripropongo tale e
quale, e poi la commento. - Una di queste volte fu quando un mio
carissimo amico fini’ in galera. Orfano, trovatello, senza nessuno al
mondo, non sapevo come fare per potergli star vicino, per andarlo a
trovare. Certo, avevo cominciato a scrivergli, ma non tutto si puo’
dire in una lettera e, soprattutto, manca il rapporto diretto con la
persona. Com’era mio solito, andai a cercare un libro che mi
illuminasse sulla situazione. Comprai, presso la libreria della
Stamperia Nazionale in via del Tritone, le Norme sull’Ordinamento
Penitenziario pubblicate dalla Gazzetta
Ufficiale nel 1975, insieme al Manuale di Diritto Penale dell’
Antolisei, ed il Vademecum per il Cittadino Sospetto, del Palminata. Me
li studiai quasi a memoria, ma sembrava che non ci fosse via d’uscita.
Uno poteva visitare un carcerato solo in un numero limitato di casi: se
era un parente stretto, se era il suo legale, se era un parlamentare,
se era un ministro della sua religione. Ed io non ero un parente, non
ero un avvocato, non avevo neanche mai visitato la Camera dei Deputati
o il Senato, e non ero un prete. Chiesi un incontro con il giudice che
istruiva il procedimento giudiziario, Giorgio S., un magistrato che
fara’ strada, e mi presentai con un amico prete... Il giudice era
irremovibile e non aveva intenzione di darmi alcun permesso, portando
come scusa che tutto era ancora nella fase istruttoria, anche se erano
passati ormai parecchi mesi. Non rientravo in nessuna delle categorie
stabilite dalla legge, percio’ era meglio che mi fossi rassegnato: non
avevo alcuna possibilita’ di far visita al mio amico. Feci presente l’
ingiustizia della situazione: questo ragazzo, abbandonato dai genitori
appena nato, senza nessuno al mondo tranne me, doveva continuare ad
essere penalizzato dalla societa’ che non gli riconosceva neanche il
diritto di ricevere la visita di una persona amica nel momento di
maggior bisogno! Era cosi’, rispondeva il magistrato, e lui non poteva
farci nulla. «Sicuro?», il tono della mia voce s’era fatto un po’
luciferino. A furia di leggere e rileggere le Norme sull’Ordinamento
Penitenziario qualcosa m’era rimasto attaccato. «Signor giudice»,
esordii, «non volevo arrivare a questo per dei comprensibili motivi di
riservatezza, ma mi vedo costretto a comunicarglielo ufficialmente: il
mio amico non e’ soltanto un amico, per me, ma e’ anche un fedele della
confessione religiosa della quale io sono ministro e che qui, di fronte
a lei ed in questo momento, io rappresento. Percio’ adesso non glielo
chiedo piu’ come un favore, ma lo pretendo come un diritto: mi dia un
permesso per visitarlo altrimenti saro’ costretto a fare tutti i
ricorsi che la legge mi permette e, non appena uscito da questa stanza,
convochero’ una conferenza stampa per denunciare il deplorevole stato
di persecuzione religiosa nella quale sono costretti a vivere, in
Italia, i cittadini non cattolici.» Chissa’ cosa gli sara’ passato per
la testa. Dopo alcuni istanti nel quale sembro’ correre in qualche
lontano recesso della sua memoria per cercarvi chissa’ quale soccorso
legale, il giudice torno’ finalmente su questa terra. Dette un’occhiata
dubbiosa all’amico prete sospettando che, magari, poteva essere
qualcuno travestito. Ma avevamo dovuto consegnare i nostri documenti d’
identita’, prima di presentarci a lui, percio’ sapeva che lui era un
vero sacerdos in aeternum, ed io un verissimo direttore di giornale.
Sfodero’ il suo piu’ smagliante sorriso, anzi, si mise proprio a
ridere, ed esclamo’: «Vabbe’, vabbe’, ho capito... Vi do un giorno a
settimana. Vi va bene?». Ci andava bene. Che giorno? Scegliemmo il
giovedi’. Il dubbio che ho sempre avuto e’ che il giudice intravide,
proprio in un momento in cui l’Italia viveva una stagione di forti
tensioni politiche e di contestazioni del potere (soprattutto del
potere della polizia e della magistratura), la possibilita’ dell’
apertura di un nuovo fronte di guai per la sua casta. La mia iniziativa
era piu’ che giusta e poteva creare molti problemi. Una cosa del genere
era successa negli Stati Uniti dove i carcerati neri s’erano spesso
convertiti in massa all’Isla’m ed erano visitati da loro amici ex-
galeotti illuminati sulla via della Mecca. Percio’, penso’ bene di far
morir li’ la minaccia che gli avevo ventilata. Cosi’... in quel lontano
1976, ebbi la soddisfazione di andare a trovare il mio amico, in
carcere, dopo che avvocati, giornalisti e amici mi avevano detto che
sarebbe stato praticamente impossibile. Ho sempre amato sconvolgere le
convinzioni piu’ ferree. - Considerazioni - Nel libro non dico che l’
amico in carcere era Anselmo perche’ me lo aveva chiesto espressamente.
Ed e’ una cosa piuttosto comprensibile. Ma tutte le
nostre conoscenze erano (e sono) al corrente di questa storia che, del
resto, e’ facilmente controllabile. Basterebbe informarsi presso il
Carcere di Regina Coeli (ho anche le date esatte delle visite). Il
magistrato che fece strada era Giorgio Santacroce. Io vorrei sapere
perche’ non mi e’ stato concesso di poter visitare il mio amico senza
bisogno di doverne fare un caso del genere! E che noi due fossimo
conviventi e’ provato dal fatto che, secondo me, proprio con quella
motivazione, mentre lui era in galera, venne perquisita casa mia...
(Ovviamente, e lo dico per prevenire ogni domanda in tal senso, la
perquisizione non dette nessun risultato, io non avevo niente a che
vedere con il motivo per il quale Anselmo era carcerato, e nessuno me l’
ha nemmeno mai contestato): il problema era soltanto che lui viveva con
me. Cioe’, mi sembra che in questo caso, la nostra convivenza mi abbia
causato solo guai e portato svantaggi, al contrario di quello che
sostengono tanti commentatori sulla stampa e sulla TV... - Seconda
storia - Anselmo e’ morto il 15 agosto 2001. Per tutto il periodo della
sua malattia l’ho assistito e aiutato senza nemmeno sognarmi di saltare
un solo giorno, all’ospedale di San Giovanni - Addolorata, del Gemelli,
di San Giuseppe a Marino, di San Giacomo. Poi, mi sono ammalato anch’
io, sono stato operato e ho avuto i problemi che gia’ conoscete. Non
gli sono potuto piu’ star dietro come prima. Ogni volta che veniva
ricoverato, Anselmo firmava una carta che gli presentavano all’ingresso
in ospedale, nella quale chiedeva che io fossi autorizzato a sapere
tutto quello che riguardava la sua salute. L’ho fece anche al San
Giacomo dal quale, a un certo punto e senza che nessuno me lo dicesse,
venne trasferito al Lazzaro Spallanzani. Io stavo malissimo. Con mille
difficolta’ andai al San Giacomo, che si trova vicino a piazza del
Popolo e percio’ impossibile da raggiungere con la propria auto.
Ricordo che avevo cominciato a perdere sangue copiosamente (era il
2001, e ancora lo perdo...), e non mi era facile spostarmi con i mezzi
pubblici. All’ospedale nessuno sapeva nulla. Che fine aveva fatto
Anselmo Cadelli? Non so quanto tempo persi cercando una risposta. L’
ufficio addetto era chiuso, o non c’era la persona responsabile e fu
solo grazie alla memoria di un infermiere che potei sapere che, forse,
gli sembrava, non era molto sicuro, ma doveva essere stato trasferito
al Lazzaro Spallanzani. E li’, finalmente, lo rintracciai. Non parlava
piu’. Comunicava solo muovendo gli occhi. Dopo la sua morte cercai di
saperne di piu’ sulla natura della malattia. Non ci sono mai riuscito.
Ho spiegato che Anselmo non aveva nessuno al mondo all’infuori di me,
che era mio amico da quasi 30 anni (“29”, come rivendicava lui stesso
dicendo che avremmo dovuto fare una gran festa per il 30mo
anniversario), che aveva vissuto per buona parte di questo periodo
presso di me (con tanto di residenza legale!), che all’ospedale
precedente aveva firmato l’autorizzazione a farmi dare informazioni
sulla sua salute e che, secondo me, quell’autorizzazione avrebbe dovuto
viaggiare insieme a lui... niente da fare. Ho detto che, poiche’ era
lui che cucinava ed io avevo avuto anche altri familiari con me, ero
preoccupato che potesse aver avuto qualcosa di contagioso che metteva
in pericolo la nostra salute (era tenuto sotto osservazione in
isolamento). Era, ovviamente, un escamotage per costringere i medici
con i quali parlavo a dirmi qualcosa.... ancora niente da fare. Dall’
ultimo medico, piu’ gentile dei precedenti, ebbi l’assicurazione che
non dovevo aver paura di nessun contagio. Non rispose alla mia domanda
se aveva avuto l’aids, ma mi fece vagamente capire che s’era trattato
di un’encefalite. Se l’era presa attraverso uun contagio? Il medico
guardo’ verso il cielo, senza dire niente. Anselmo aveva fatto
testamento a mio nome, nominandomi suo erede universale. E’ morto senza
un centesimo, lasciando qualche piccolo debito ed una borsa di foto e
di ricordi. Nient’altro. Ma quel testamento e’ una delle cose piu’ care
che mi rimane di lui. La dimostrazione di quanto mi volesse bene. Sono
andato da un notaio (presso lo studio Gamberale di Marino, che e’ nel
comune dove vivo) per sapere cosa dovevo fare per costringere l’
ospedale a darmi spiegazioni sulla morte del mio amico. E li’ mi e’
stato detto che, innanzitutto dovevo “pubblicare” il testamento, poi c’
era una serie di altri atti da compiere ed ho cominciato a sentire una
sfilza di spese: 800 euro, 200, poi 50, poi non so piu’ che altro,
tanto che la stessa persona che mi diceva queste cose, ad un certo
punto, mi chiese: “Ma le conviene fare tutto questo? Il suo amico non
le ha lasciato niente di concreto e lei ne diventa erede solo dal punto
di vista morale, spendendo tutti questi soldi”. Io volevo veder
riconosciuto il mio diritto soprattutto a leggere la cartella clinica
di Anselmo ma, a quel punto, mi sono arreso. Veramente non ero nelle
condizioni finanziarie adatte. E l’onorevole Giovanardi insiste nel
dire che non esistono problemi! Ed altri insistono nel dire che bastano
degli accordi tra singole persone. Quando Anselmo e’ stato trasferito
dal San Giacomo allo Spallanzani non era piu’ in grado di firmare per l’
ennesima volta l’autorizzazione a darmi informazioni sulla sua salute,
e quella precedente non era vincolante per il nuovo ospedale. Ho
scritto quanto sopra senza molto entusiasmo, perche’ non mi piace
parlare di cose tanto intime e, soprattutto, che riguardano un’altra
persona, anche se so che Anselmo sarebbe stato pienamente d’accordo.
Cio’ non toglie che ci sono argomenti che uno amerebbe tenere per se
stesso. Sono intervenuto perche’ non ce la faccio piu’ a vedere l’
ipocrita Giovanardi che mi borbotta dal piccolo schermo che “nessuno e’
mai stato discriminato nelle visite in ospedale o in prigione”!
Qualcuno deve farlo star zitto, una volta per tutte.
Massimo Consoli
DIRITTO D’ASILO ALLE MIGRANTI INFIBULATE
“Moolaadè”, bel film senegalese di Sembene Ousmane, ha per tema l’
infibulazione e uscirà simbolicamente l’8 marzo, festa della donna, è
un’antica parola pulaar che esprime il concetto di diritto d’asilo, la
protezione accordata a chi sta sfuggendo da qualche pericolo. Se ne è
parlato ieri durante la conferenza stampa di presentazione della
pellicola. Nel nostro paese, in materia è stata approvata una legge il
22 dicembre 2005. Per Carla Pasquinelli, docente di antropologia, il
provvedimento “non è una grande vittoria, perché non ce n’era bisogno.
Esistono già articoli 582 e 583 della Costituzione contro le
mutilazioni, applicati nell’89 al caso di un egiziano che dall’Italia
aveva portato la figlia nel suo paese per farle praticare l’escissione
e per questo è stato condannato. Il recente 583 bis è una legge
manifesto, una barriera tra civilizzati e barbari. Criminalizza una
comunità, non l’azione del singolo”. Il film, che ha ottenuto il premio
un certain regard all’ultima edizione di Cannes, è una coproduzione che
vede coinvolti diversi paesi africani. L’autore prima che cineasta, è
scrittore e ha pubblicato undici romanzi. La regia è andato ad
impararla allo studio Gorki a Mosca, e a lui si deve il primo
lungometraggio nero-africano del continente (La noir de…, 1966).
Moolaadè è il secondo di una trilogia dedicata alla figura femminile,
ed infatti la protagonista – che ha subito l’escissione anche nella
realtà – è una donna che si ribella , mette in crisi l’autorità
maschile e gli equilibri del villaggio prendendo sotto la sua
protezione quattro ragazzine per le quali rappresenta un modello.“In
molti paesi africani – sostiene Neliana tersigli, corrispondente rai –
la mutilazione riguarda il 90% della popolazione femminile, dal taglio
del clitoride al taglio delle piccole e grandi labbra, cucite e
riaperte solo per far nascere i figli”. Per Michela Gaito di Amnesty
International,organizzazione che nel 2004 ha lanciato la campagna “mai
più violenza sulle donne”, si tratta di un vero e proprio attentato all’
integrità femminile, un fortissimo controllo di sessualità,
riproduzione, salute, in definitiva della vita”. E fornisce in
proposito anche dati impressionanti: “Oggi nel mondo sono circa 130
milioni (quelle sopravvissute) le donne che hanno subito mutilazione
genetica, ed ogni anno altre tre milioni sono a rischio. Non c’è
religione che prescriva questa forma di tortura, che ha radici
antichissime. Non si deve agire solo sulle legislature, ma anche a
fianco delle donne, per alimentare consapevolezza, solidarietà,
conflitto. In tal senso, le organizzazioni femminili africane sono
state le più importanti in termini di successi, soprattutto per il
“protocollo di Maputu” dello scorso anno – con la messa al bando di
tale pratica – entrato in vigore grazie alla quindicesima ratifica”.
Per l’europarlamentare Emma Bonino, “ il protocollo, pur contenendo una
zona grigia sulla poligamia, è una legislazione avanzata su eredità,
custodia dei figli, diritto all’istruzione. Tanto che la Chiesa per
esempio ha espresso contrarietà sul punto della maternità
responsabile”. Sul protocollo interviene anche Tersigli : “ Ho visto le
donne ribellarsi per far togliere dal documento finale anche il
compromesso sulla “sunna” (l’escissione del clitoride, considerata la
forma più lieve di mutilazione, ndr). Come belve, hanno fatto scappare
un gruppo di imam. La ministra keniota della salute mi ha detto che la
loro più grande vittoria l’hanno avuta quando alcuni padri hanno
chiesto l’autorizzazione per la mutilazione alle autorità. Ci vorranno
anni, ma intanto è iniziato un cammino che non si ferma”.
FONTE: LIBERAZIONE” di sabato 4 marzo 2006 ARTICOLO DI: Federico Raponi
INVIATO DA: Anna Maria Angelitti Gaya CsF
NESSUNO TOCCHI CAINO 4 Marzo 2006
CINA. “SONO 8.000 LE PERSONE GIUSTIZIATE OGNI ANNO” - 27 febbraio
2006: sono circa 8.000 le persone giustiziate ogni anno in Cina, ha
dichiarato Liu Renwen, professore dell’Accademia delle Scienze Sociali
cinese, dicendosi d’accordo con la “stima” che circola in ambiente
accademico. “In Cina – ha ricordato Liu intervenendo al Club dei
Corrispondenti stranieri – i numeri relativi a condanne a morte ed
esecuzioni costituiscono segreto di stato. Solo la Corte Suprema ne
conosce il numero esatto”. In merito alla decisione del governo cinese
di restituire alla Corte Suprema del Popolo il potere esclusivo di
approvare le condanne a morte, Liu ha detto che le autorità stanno
incontrando la resistenza delle Corti di grado inferiore. “I governi
locali – spiega il professore – pensano che la gestione della sicurezza
pubblica sia uno strumento utile, che non vogliono perdere. In che
tempi la Corte Suprema del Popolo potrà riprendersi questo potere
esclusivo resta ancora un interrogativo”. La sessione annuale del
Parlamento, che si apre il 4 marzo, difficilmente raccoglierà gli
sforzi della Corte Suprema di riappropriarsi di questo potere
esclusivo, ha concluso Liu.
Il potere di emettere gli ordini di esecuzione è stato concesso alle
Alte Corti delle Province, che sono 300 in tutto il paese, nel 1983.
Sempre in Cina, lo scorso 24 febbraio il presidente della Corte Suprema
cinese, Xiao Yang, ha annunciato che dalla seconda metà di quest’anno
tutti i processi d’appello relativi a casi capitali devono svolgersi
con udienze pubbliche. “Questa misura assicurerà equità e prudenza
nelle sentenze capitali”, ha detto Xiao in occasione di un seminario
svoltosi a Zhengzhou, nella provincia centrale dell’Henan. Il Codice
di procedura penale vigente prevede che le Corti d’appello tengano
udienze pubbliche nel caso il ricorso venga presentato dal pubblico
ministero, dopo aver rivisto i dettagli della condanna a morte
originaria. Se l’appello viene invece presentato dall’imputato, secondo
la legge la Corte dovrebbe “in linea di principio” tenere delle udienze
pubbliche, ma se le circostanze del caso sono chiare è sufficiente una
revisione documentale. In realtà, la maggior parte delle Corti si
limita a svolgere revisioni documentali, e le udienze pubbliche
rappresentano delle eccezioni.
Negli ultimi anni gli stessi media cinesi hanno evidenziato diversi
casi di errori giudiziari, che hanno attirato critiche sulla mancanza
di prudenza con cui vengono pronunciate le condanne a morte. Tra i
pochi processi d’appello a porte aperte – ha detto Xiao – ci sono
quelli svolti dalle Alte Corti del Popolo di Shanghai, Pechino,
Tianjin, Hainan e Qinghai. “Queste udienze pubbliche si sono dimostrate
positive e la Corte Suprema è intenzionata ad estenderle a tutto il
Paese”, ha concluso. – IRAN. CINQUE ESECUZIONI IN KHUZESTAN - 2 marzo
2006: cinque persone sono state impiccate ad Ahwaz, nella provincia
iraniana del Khuzestan, nel giro di due giorni. I primi due uomini, Ali
Affrawi e Mehdi Navasseri, sono stati impiccati in pubblico il 2 marzo
dopo essere stati riconosciuti responsabili di un attentato esplosivo
avvenuto nell’ottobre 2005 in un’affollata zona commerciale della
città. Due bombe avevano provocato sei morti e circa 100 feriti. I due
sono stati giustiziati di mattina, nello stesso luogo in cui si sono
verificate le esplosioni. Il vice-governatore della provincia, Mohsen
Farokh-Nejad, ha descritto i due come “individui con tendenze wahabite
e salafite”, componenti dell’islam sunnita in contrasto con lo sciismo
dominante in Iran. Il 1° marzo è toccato a tre attivisti arabi, Atef
Moussawi, Anour Moussawi e Jalal Nasseri. Sono stati giustiziati nel
carcere di Karoon, dopo essere stati condannati in relazione a diversi
attentati esplosivi. In Khuzestan, in cui risiede una vasta comunità
araba, nell’ultimo anno si sono verificati numerosi attentati. Gli
oppositori di etnia araba accusano il governo centrale di attuare una
politica repressiva contro la comunità araba della provincia. - USA.
NEL 2005 DIMINUITE LE CONDANNE A MORTE - 28 febbraio 2006: sono 106 le
persone che negli Stati Uniti hanno ricevuto una condanna a morte nel
2005, contro le 125 del 2004 e la media annuale di 300 registrata sul
finire degli anni ’90. I dati sono contenuti nell’ultimo Rapporto
“Death Row Usa”, a cura della National Association for the Advancement
of Colored People (NAACP), organizzazione per i diritti civili delle
minoranze etniche negli Usa. Il Rapporto registra negli ultimi cinque
anni una diminuzione dell’8% dei prigionieri del braccio della morte
Usa, passati da 3.652 (nel 2000) a 3.373 (al 1° gennaio 2006). Il
braccio della morte più popolato è quello della California, con 649
detenuti, seguita dal Texas (409), Florida (388), Pennsylvania (231), e
Ohio (196). A livello nazionale, i prigionieri del braccio sono per il
45% bianchi, per il 42% neri e per il 10% ispanici. Degli Stati con più
di 10 prigionieri nel braccio della morte, il 70% dei prigionieri del
Texas ed il 69% di quelli della Pennsylvania appartengono a minoranze
etniche. - YEMEN. FUCILATO PER OMICIDI OPERATORI SANITARI USA - 27
febbraio 2006: Abed Abdulrazzak Kamel è stato fucilato in carcere nella
provincia di Ebb, Yemen, alla presenza di funzionari della prigione,
della polizia e della magistratura. Era stato condannato a morte nel
2003, per gli omicidi di tre operatori medici statunitensi nell’
ospedale della missione Battista di Jibla, 170 km a sud della capitale
Sanaa. Nel dicembre 2002 Kamel avrebbe ucciso con un’arma da fuoco
Martha Myers, ostetrica di 57 anni, William Koehn, 60enne direttore
dell’ospedale, e Kathleen Gariety, amministratrice di 43 anni. Un
quarto membro dello staff era rimasto ferito.
Nel corso del processo, l’imputato avrebbe dichiarato di averli uccisi
pensando che volessero convertire dei musulmani yemeniti. Più che per
ragioni religiose, per le autorità si tratterebbe di un crimine con
motivazioni politiche, dal momento che Kamel avrebbe avuto legami con
la rete di al-Qaeda. Il giorno prima dell’esecuzione, il presidente
yemenita Ali Adullah Saleh aveva approvato la condanna a morte. L’
ultima esecuzione nota nello Yemen risaliva al 27 novembre dello scorso
anno, quando Ali Ahmed Jarallah, ex imam di una moschea a Sanaa, è
stato fucilato nel piazzale della principale prigione della città. Era
stato condannato a morte per l’omicidio, avvenuto nel 2002, di un alto
dirigente del Partito Socialista dello Yemen, Jarallah Omar. Nel luglio
2003, Jarallah avrebbe confessato di aver agito da solo quando, in
occasione di una conferenza di partito a Sanaa, avrebbe ucciso la
vittima con un’arma da fuoco. L’omicidio – secondo le dichiarazioni del
Religioso – fa parte della jihad contro gli infedeli, gli arabi
nazionalisti e quelli convertiti al Cristianesimo, ed i socialisti. –
BANGLADESH VENTIDUE CONDANNE CAPITALI PER TERRORISMO - 28 febbraio
2006: 22 persone sono state condannate a morte in Bangladesh in due
casi distinti. I primi 21 imputati sono stati riconosciuti responsabili
dal tribunale speciale distrettuale di Jhenidah di sei attentati
esplosivi, avvenuti il 17 agosto 2005 nello stesso distretto. Quello
stesso giorno furono circa 500 le esplosioni nel Paese, tutte avvenute
nell’arco di un’ora. Negli attentati di Jhenidah non ci furono morti,
ma in altre zone del Bangladesh tre persone persero la vita e altre 100
restarono ferite. I 21 condannati apparterrebbero al gruppo estremista
islamico Jamaat-ul Mujahideen Bangladesh (JMB), dichiarato illegale
dalle autorità. Si tratta dei primi verdetti emessi nel Paese in
relazione agli attentati dello scorso agosto, avvenuti in 63 dei 64
distretti in cui è suddiviso il Bangladesh. Tre dei 21 imputati sono
stati condannati in contumacia. Nel secondo caso, un tribunale di
Sylhet ha condannato a morte un uomo per un attentato esplosivo che
provocò il ferimento di un giudice. Anche quest’imputato apparterrebbe
al JMB. In precedenza, sempre nel mese di febbraio, i capi dell’
organizzazione estremistica, Shaykh Abdur Rahman e Siddiqul Islam,
alias Bangla Bhai, sono stati condannati in contumacia a 40 anni di
carcere per gli omicidi di due giudici, avvenuti lo scorso novembre con
un attentato esplosivo. Nel 2001, dopo tre anni di sospensione di
fatto, sono riprese le esecuzioni in Bangladesh. Due uomini sono stati
impiccati tra febbraio e marzo e un altro è stato giustiziato a
novembre. Due persone sono state impiccate nel 2002 e altre due nel
2003. Le esecuzioni nel 2004 sono salite a 13 e altre 4 sono state
effettuate nel 2005.



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